Settembre di Luca Carboni

Luca Carboni, single del giorno

Settembre di Luca Carboni

 

 

 

 

Forse sarà
quest’aria di settembre
o solo che
che tutto cambia sempre
L’estate va
e poi ogni giorno muore
e se ne va
portandosi con se la mia allegria

Forse sarà
quest’aria di settembre
o solo che
vorrei sognare sempre
ma poi perché
di colpo tutto non è facile
mi chiedo se
qualcosa resta o tutto se ne va

Come i gol che facevo
contro una porta di legno
con le ginocchia sbucciate
esterno… gol…
Come morire di sete
dopo una corsa d’estate
ma non ho più la mia bici
… da cross!
E allora scaldalo amore
questo bambino che trema
che vuole tutto l’amore che c’è.

Forse sarà
quest’aria di settembre
o solo che
sto diventando grande
ecco cos’è
mi viene da ridere… due lacrime
ma poi perché
di colpo tutto non è facile

Come i gol che facevo
contro una porta di legno
e con le braccia alzate
segnare gol…
E la mia mamma che chiama
che è gia pronta la cena
ma voglio ancora giocare
un po’!
E allora salvalo amore
questo bambino che trema
che vuole tutto l’amore che c’è
Come morire di sete
dopo una corsa d’estate
Come aspettare del Natale
e poi le palle di neve
come aspettare Natale

Amore dopo amore di Derek Walcott

Derek Walcott, single del giorno

Amore dopo amore di Derek Walcott

 

 

 

 

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola.

*

Love After Love

The time will come
When, with elation
You will greet yourself arriving
At your own door, in your own mirror,
And each will smile at the other’s welcome,

And say, sit here, Eat.
You will love again the stranger who was your self.
Give wine. Give bread. Give back your heart
To itself, to the stranger who has loved you

All your life, whom you ignored
For another, who knows you by heart.
Take down the love letters from the bookshelf,

The photographs, the desperate notes,
Peel your image from the mirror.
Sit. Feast on your life.

                                                   Derek Walcott

Amore dopo amore di Derek Walcott

La Parigi segreta di Corrado Augias

Corrado Augias, single del giorno

La Parigi segreta di Corrado Augias

 

 

 

 

 

Di una città, soprattutto se straniera, quando vi si giunge per la prima volta, in genere si notano gli aspetti più appariscenti: l’architettura, le opere d’arte, le decorazioni. Si visita il museo, il palazzo del re, si ammirano le statue che ornano atri  o scaloni, ci si sofferma sugli elementi ornamentali che ogni città possiede: fontane, portali, archi.  A volte si resta colpiti perfino dai minuti particolari dell’arredo urbano: lampioni stradali, colonnine spartitraffico, vetrine di negozi. Da questo nostro osservare, dalla somma di sensazioni che ne deriva, nascono il giudizio e la memoria.

Facciamo il caso di Parigi. Il turista va al Louvre, contempla il pont Royal sulla Senna, ammira la prospettiva in leggera salita degli Champs-Elysées visti da place de la Concorde.  Ignora che cos’è stata place de la Concorde uno o due secoli fa, non conosce il perché del suo nome. I luoghi. Le opere d’arte, gli oggetti, “logorati” dalla loro stessa celebrità, si appiattiscono e diventano una sorta di illustrazione  a due dimensioni, di “figurina”. Il Colosseo, Buckingham Palace, la Tour Eifell, il ponte di Brooklyn, la moschea Al Aqsa: tutte figurine.

Vedere non basta, vedere non è capire, anzi vedere può essere quasi niente se l’atto fisico del guardare non s’accompagna alla consapevolezza della possibile dimensione latente degli oggetti. E’ come se i palazzi, le decorazioni di una città, le strade e le piazze, le fontane e le chiese vivessero, agli occhi di chi li osserva, una  doppia vita: una “sincronica” legata alla loro realtà attuale e perciò immediatamente comprensibile, e una “diacronica”, legata alla somma degli avvenimenti che in quella piazza o chiesa o cortile sono accaduti.

I segreti di Parigi di Corrado Augias (Mondadori, 1998)

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When image becomes the real object

 Andrzej P. Bator, single del giorno

When image becomes the real object

 

 

 

 

 

 

(…) These photographs show how fiction and commonly understood reality change places if the spectator can enter true nature of the thing. Similarly like a sheet of paper imagined in a photograph is in fact only an abstract image of the sheet; the real object is a photograph: metaphorical and a truly paper piece of memory.

Elzbieta Lubowicz, March 2001, for the Andrzej P. Bator “Fotografie” Catalogue

When image becomes the real object

Alzheimer, il cervello si sfilaccia…

Ricevo e “faccio posto” nel Vaso di Pandora,

 

alzheimer 

 

 

 

 

 

 

Si può ricordare in molti modi.

Potrei ricordare la paura, la stanchezza, il senso d’infinito, lo smarrimento davanti a situazioni che mai avrei pensato di vivere. E sono sicura, nemmeno tu.

Potrei parlare dell’ansia, delle notti in piedi perché tu facevi confusione e ti saresti messo in viaggio.

E in molti, in un numero inimmaginabile, si riconoscerebbero nelle mie parole.

Di quando ti ho visto sparire in quell’ascensore d’acciaio, in quel luogo a te sconosciuto, senza di noi, accanto a te, ad accompagnarti.

Del tuo sguardo. Del tuo costante smarrimento.

Sono lame, ancora, nonostante gli anni.

A volte mi domando cosa succederà tra venti, trent’anni  – potendoli vivere! -, a questi ricordi; cosa riemergerà e con che forza, come agirà su di me a quel tempo.

Oggi voglio ricordarti come se non bastasse l’averti sempre con me nei miei taschini, ma lo voglio fare sorridendo perché una delle tue caratteristiche, smessi gli abiti del tuo serio lavoro e prima che la malattia ti portasse in un mondo accanto ma dove io non avevo accesso, era che eri un uomo e un papà spiritoso.

Durante quella torrida estate dove l’acqua sembrava non bastasse mai al giardino ma neppure a noi, vivevamo con te l’esperienza del “wondering” obbligato step del tuo e nostro delirio.

Camminavi ininterrottamente lungo tutto l’arco della giornata, avanti ed indietro, per il giardino, dentro e fuori casa, sparendo in una porta e riapparendo da un’altra. E noi con te.

I segni della stanchezza a metà giornata erano più che visibili sul tuo viso già provato da una innaturale magrezza.

Il tuo corpo a tua insaputa perdeva la cognizione del baricentro e la tua testa diventava il pendolo che ti attraeva al suolo.

Ti accompagnavamo al tavolo, a fatica perché il tuo corpo non si piegava, il tuo cervello quasi privo di impulsi consci, ti proponevamo di sederti ma solo tu sentivi la sedia bruciare sotto di te e come una molla ti rialzavi pronto al prossimo miglior giro.

A volte, stanche, ci sedevamo noi, concedendoci un caffè con giornale la mamma, e instancabile triccotteuse, i classici “quattro ferri” io.

Un giorno notai che se prendevo il mio tricot in mano tu ti sedevi di fronte a me, non accanto e neppure un po’ spostato.

Trascinavi la sedia e ti sedevi quasi a sfiorarmi le ginocchia.

La prima volta ti guardai sorridendo felice di questa novità poi mi accorsi che mentre mi osservavi muovevi la bocca e a volte anche le mani.

Lo interpretai come un tuo desiderio di fare quattro chiacchiere, ora che non potevi più, come spesso facevamo in questi momenti di relax con la mamma.

Pensai che forse all’improvviso tornando nel nostro mondo per un attimo ti ricordassi del complesso meccanismo della parola.

Fu osservandoti di soppiatto, mentre contavo i punti impegnata a tessere una treccia, che mi resi conto che invece mi prendevi in giro!…Imitavi le contratture del mio viso quando rimettevo in bocca il ferro ausiliario dopo aver intrecciato i punti, la piega della mia bocca che seguiva lo sforzo di passare dei punti stretti su un altro ferro, la mia bocca che, io non l’ho mai saputo prima, ripeteva “un dritto un rovescio un accavallato….” A memoria, sotto voce, una nenia per concentrarmi e non perdere il filo.

Le mie mani che muovevo sempre troppo veloci su quei ferri, tanto da contrarre spalle e braccia in un gesto un po’ nervoso correlato dall’espressione che solo tu avevi notato e che imitavi come in un gioco da bambino, come nel gioco dello specchio, in un momento di eterna giovinezza.

E facendolo mi sorridevi, un piccolo accenno ma che io sapevo essere un sorriso, con un gesto della mano facevi per accarezzarmi, ammiccavi a modo tuo e poi contento te ne andavi, per un altro giro, lasciandomi lì divertita e stupita.

Lo tengo custodito nei miei complessi vasi da tanto ma oggi, in questo mese in cui ricorre la giornata dedicata ai d’Alzheimer te lo dedico papà perché non c’è abbandono se c’è ricordo e perché se non fossi stato tu ci sarebbe stato da ridere…a volte.

 

 

 

 

Invito da me

Invito da me

Sembra facile. Ma è solo apparenza. La premessa è che non ho voglia di condividere una serata a casa mia con qualche amico, ma senza le solite amiche care. Cucino io. Preparo io. Faccio tutto io. La difficoltà vera è però chi invitare: le due coppie di amici fa tanto (ammettiamolo) amica sfortunata (il termine da usare, troppo volgare, renderebbe meglio l’idea). Così potrei dirlo al mio carissimo amico single, il quale si trasformerebbe immediatamente in nemico, essendo ogni sua cena l’unico potenziale momento per trovare chi lo possa promuovere alla categoria“uomo accoppiato”: dice che questo nuovo status gli si addice, anche solo per una notte… Così potrei dirlo anche a un’amica che ancora non conosce il mio amico carissimo. In questo caso, volente o nolente, mi trasformerei in sensale con, a seguire:

1) telefonata di tutti i commensali il giorno dopo per commenti, pettegolezzi, curiosità;

2) insulti da parte dell’amica (o dell’amico, a seconda di chi è rimasto più deluso dall’incontro);

3) richiesta di informazione da parte dell’amica (o dell’amico) invaghitosi dell’altro/a con miei impossibili tentativi di arrampicamento su specchi particolarmente scivolosi causa punto 2.

Così potrei invitare l’amica che è accidentalmente senza compagno, partner, fidanzato, amante, socio, metà della mela… -AIUTO come lo chiamano ora? – In questo caso è certo che la serata diventa un continuo “noi” anche se è da sola in modo da far risaltare crudelmente il mio “io” e farmi tacere quando siamo appena al primo piatto. Inutile pensare a un ex (sarebbe uno stillicidio di domande trabocchetto per capire se c’è la minima possibilità che si torni insieme), una sorella (“fa le cene con la famiglia perché non ha nessuno, poveretta”) un’amica che non vedo da tanto tempo (“sarà mica diventata omosessuale e non sa come dircelo…?”). Impossibile un nuovo amico (“sarà mica quello nuovo…?”) e figurarsi ad invitare qualcuno su cui ho davvero delle mire, vade retro! Così vado al mercato e organizzo una cena per tre: io, me e me stessa. E ci aggiungo pure una bottiglia di ottimo vino, così mi posso dire da sola: starò mica diventando un’ubriacona…?

 

VISTO DA LUI: avevo voglia di una cena con un po’ di gente. Chiamato Giorgio e organizza lui qualcosa nel ristorante vicino al suo ufficio, che è ottimo.

 

The Zero Theorem di Terry Gilliam

Single del giorno, Terry Gilliam

The Zero Theorem di Terry Gilliam

 

 

 

 

 

 

The ZERO THEOREM

Il futuro ci sta uccidendo. Lo grida a gran voceTerry Gilliam nel suo ultimo film “The Zero Theorem”, con un Christoph Waltz perfetto nella parte di quello che ci crede e che non conosce altro e talmente concentrato nel suo sogno che quando gli si prospetta una realtà diversa – ma non per questo meno reale della sua realtà – inciampa, cade, si gira dall’altra parte, fa in modo di non guardare, la rifiuta, prima di vedere, scoprire e scegliere come un uomo.

Il futuro ci sta uccidendo è il messaggio di Gilliam e seppure lo dica forte e chiaro, preferisce colorare la scena in modo da renderci la pillola da inghiottire più allegra, più apparentemente appetitosa, persino più divertente da mangiare. E qui fa l’unico valore di valutazione: al pubblico alle volte è meglio far inghiottire la pillola con la forza, uno schiaffo, un bel pugno nello stomaco, oppure nasconderla dentro una pietanza appetitosa e indiscutibilmente attraente. Ma se il pubblico non sa di essere allo stadio terminale col cavolo che si mangia la pillola perché glielo dice Gillian.

Insomma, senza guardare in faccia nessuno The Zero Theorem usa i colori dell’effetto LSD per farci vedere dove stiamo andando a morire e siccome siamo convinti di non essere drogati noi quella “roba lì” non la prendiamo.

In una riga: sceneggiatura perfetta, grande film, in tutti i sensi Mister Gillian, ma molti di noi non sono ancora pronti per digerire quella pillolina…insista Signor Gillian, prima o poi ci arriveremo e se no, sarà il futuro che ci ammazzerà prima.

Da vedere: perché prima “vediamo” prima scegliamo.

Con: chiunque abbia voglia di ripensarci e ridiscuterne e parlarne dopo, e mangiare insieme le fette di salame che teniamo sugli occhi.

CI DICI LA TUA PER FARLA NOSTRA…?

The Zero Theorem di Terry Gilliam

Joan as Police Woman – To Be Lonely

Joan as Police Woman, single del giorno

Joan as Police Woman - To Be Lonely

 

 

 

 

 

This is the one I will try
This is the one I will try
This is the one I will try
To be lonely with

This is the one I just know it
This is the one I want to show it
This is the one I will die for
To be lonely, to be lonely with

Anything for you, anything I’d do
Shameless
I’ll brave the night alone
The darkened sky, uncertain skies

I’ll make it through
It’s a wondrous night
Protect me, night
I’ll make it through

This is the one I will try
This is the one I will try
This is the one I will try
To be lonely with

This is the one I just know it
This is the one I want to show it
This is the one I will die for
To be lonely, to be lonely with

In Giappone per conoscere l’Europa

Se non vedi non credi. Lo si può visitare davvero il mondo, in un solo giorno. Be’, bisogna accontentarsi di dimensioni ridotte, 1/25, ma le riproduzioni sono fedeli, che non lasciano nulla al caso. E c’è l’imbarazzo della scelta: 102 possibilità che spaziano, è il caso di dirlo, dalla muraglia cinese e la Città proibita della Cina alla Casa Bianca o un’intera area di Manhattan per gli Usa, dal Duomo di Milano al Pantheon di Roma.

Certo, è tutto finto, ma vuoi mettere? In 24 ore hai fatto il giro del mondo senza muoverti. Ammetto, si deve arrivare fino laggiù prima, esattamente al Tobu World Square Park, in quel di Kinugawa, nel cuore del Giappone, a una cinquantina di chilometri da Kioto.

Una volta arrivati lì si può avere il mondo nelle proprie mani. Perché andare? La risposta più ovvia è un’altra domanda: perché non andare anche lì? E poi è uno di quei posti in cui si può ragionare su quanto è vero o no che le dimensioni non contano. E discutere in Giappone è più chic.

In Giappone per conoscere l’Europa

In Giappone per conoscere l’Europa

In Giappone per conoscere l’Europa

Per approfondire:

tobuws.co.jp