Alzheimer, il cervello si sfilaccia…

Ricevo e “faccio posto” nel Vaso di Pandora,

 

alzheimer 

 

 

 

 

 

 

Si può ricordare in molti modi.

Potrei ricordare la paura, la stanchezza, il senso d’infinito, lo smarrimento davanti a situazioni che mai avrei pensato di vivere. E sono sicura, nemmeno tu.

Potrei parlare dell’ansia, delle notti in piedi perché tu facevi confusione e ti saresti messo in viaggio.

E in molti, in un numero inimmaginabile, si riconoscerebbero nelle mie parole.

Di quando ti ho visto sparire in quell’ascensore d’acciaio, in quel luogo a te sconosciuto, senza di noi, accanto a te, ad accompagnarti.

Del tuo sguardo. Del tuo costante smarrimento.

Sono lame, ancora, nonostante gli anni.

A volte mi domando cosa succederà tra venti, trent’anni  – potendoli vivere! -, a questi ricordi; cosa riemergerà e con che forza, come agirà su di me a quel tempo.

Oggi voglio ricordarti come se non bastasse l’averti sempre con me nei miei taschini, ma lo voglio fare sorridendo perché una delle tue caratteristiche, smessi gli abiti del tuo serio lavoro e prima che la malattia ti portasse in un mondo accanto ma dove io non avevo accesso, era che eri un uomo e un papà spiritoso.

Durante quella torrida estate dove l’acqua sembrava non bastasse mai al giardino ma neppure a noi, vivevamo con te l’esperienza del “wondering” obbligato step del tuo e nostro delirio.

Camminavi ininterrottamente lungo tutto l’arco della giornata, avanti ed indietro, per il giardino, dentro e fuori casa, sparendo in una porta e riapparendo da un’altra. E noi con te.

I segni della stanchezza a metà giornata erano più che visibili sul tuo viso già provato da una innaturale magrezza.

Il tuo corpo a tua insaputa perdeva la cognizione del baricentro e la tua testa diventava il pendolo che ti attraeva al suolo.

Ti accompagnavamo al tavolo, a fatica perché il tuo corpo non si piegava, il tuo cervello quasi privo di impulsi consci, ti proponevamo di sederti ma solo tu sentivi la sedia bruciare sotto di te e come una molla ti rialzavi pronto al prossimo miglior giro.

A volte, stanche, ci sedevamo noi, concedendoci un caffè con giornale la mamma, e instancabile triccotteuse, i classici “quattro ferri” io.

Un giorno notai che se prendevo il mio tricot in mano tu ti sedevi di fronte a me, non accanto e neppure un po’ spostato.

Trascinavi la sedia e ti sedevi quasi a sfiorarmi le ginocchia.

La prima volta ti guardai sorridendo felice di questa novità poi mi accorsi che mentre mi osservavi muovevi la bocca e a volte anche le mani.

Lo interpretai come un tuo desiderio di fare quattro chiacchiere, ora che non potevi più, come spesso facevamo in questi momenti di relax con la mamma.

Pensai che forse all’improvviso tornando nel nostro mondo per un attimo ti ricordassi del complesso meccanismo della parola.

Fu osservandoti di soppiatto, mentre contavo i punti impegnata a tessere una treccia, che mi resi conto che invece mi prendevi in giro!…Imitavi le contratture del mio viso quando rimettevo in bocca il ferro ausiliario dopo aver intrecciato i punti, la piega della mia bocca che seguiva lo sforzo di passare dei punti stretti su un altro ferro, la mia bocca che, io non l’ho mai saputo prima, ripeteva “un dritto un rovescio un accavallato….” A memoria, sotto voce, una nenia per concentrarmi e non perdere il filo.

Le mie mani che muovevo sempre troppo veloci su quei ferri, tanto da contrarre spalle e braccia in un gesto un po’ nervoso correlato dall’espressione che solo tu avevi notato e che imitavi come in un gioco da bambino, come nel gioco dello specchio, in un momento di eterna giovinezza.

E facendolo mi sorridevi, un piccolo accenno ma che io sapevo essere un sorriso, con un gesto della mano facevi per accarezzarmi, ammiccavi a modo tuo e poi contento te ne andavi, per un altro giro, lasciandomi lì divertita e stupita.

Lo tengo custodito nei miei complessi vasi da tanto ma oggi, in questo mese in cui ricorre la giornata dedicata ai d’Alzheimer te lo dedico papà perché non c’è abbandono se c’è ricordo e perché se non fossi stato tu ci sarebbe stato da ridere…a volte.

 

 

 

 

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