Ma dove vai, bellezza in bicicletta…

bike

“Ma dove vai bellezza in bicicletta…”

Ce n’eravamo dimenticati dai tempi del boom economico quando l’Italia delle due ruote, dei capelli al vento e delle gonne gonfie, dei pantaloni fermati con la molletta, dei panni perché non finiscano svolazzando nella catena, passa alle 4 ruote. Gli orizzonti si ampliano e le città si riempiono.

Oggi in attesa del motore a idrogeno e forse un po’ più rispettosi dell’ambiente, abbiamo rispolverato la vecchia bicicletta e riassaporato il piacere dell’aria in pieno viso: sì, certo! anche se è quella cittadina.

Ci si sposta per la città ancora non perfettamente attrezzata con piste ciclabili e solo ciclabili, magari non parcheggiabili dall’irriducibile del-parcheggio-in-seconda-fila-tanto-mi-fermo-solo-un attimo-, su biciclette di ogni tipo: c’è chi l’affitta al bike-sharing, che ha letteralmente spopolato, tanto che si ha avuto bisogno di moltiplicare i punti di presa e consegna, perché insufficienti in pochi mesi, usatissimo anche dagli uomini d’affari per spostarsi dall’ufficio al luogo dell’appuntamento e poi, magari, a casa; e ne ho visto più d’uno avanzare con l’aria goduta di un bambino alla sua prima volta, o perplesso ed attento sul pavé assassino, cravatta al vento.

O chi si ostina a comperarla ai mercatini delle pulci perché lo ha sempre fatto e in-città-le-rubano, chi da Decathlon e chi ancora se la concede lussuosa, sulla base delle proprie esigenze e come in un video gioco se la personalizza, mica solo il colore sai? dal telaio alle ruote, passando per la catena che ha la sua importanza, manubrio e sella…ecco questa la personalizzerei anch’io!! Tutto in un click & “style your cycle”, e poi dopo l’uso quotidiano se la porta a casa e l’appende al gancio sul balcone.

Chi l’attrezza con cestini di ferro, vimini, in rete, e li apparecchia da dodici con fiori in tralcio o giardinetti in plastica, chi per metterci la spesa, chi il cane formato cestino preso apposta di quella misura lì così me lo porto ovunque.

Le bici delle mamme si riconoscono subito, grandi campanelli se non trombe, seggiolino dietro, e quelle più fortunate anche davanti, parabrezza, cavalletto, adesivi rifrangenti, specchietto retrovisore, catena e lucchetto, quelli che in tempi di guerra fredda erano vietatissimi, ma ora è quasi l’unico sistema per ritrovarla quando all’uscita dal lavoro si hanno 20 minuti esatti per raggiungere la scuola prima di un uno e poi dell’altro figlio, e raggiungere la palestra di karatè mentre i piccoli, alloggiati negli appositi seggiolini, mangiano la merenda della giornata, non mancando di riempire di briciole la schiena della mamma, quello dietro, e spalmare di cioccolata il parabrezza quello davanti mentre la green mom pedala risparmiando l’abbonamento  annuale della palestra. Almeno lei non parcheggia in seconda fila il SUV alle 8 del mattino, in curva, davanti all’ingresso di scuola…va bene, ok! a volte va contromano…

Alcune hanno adottato sistemi tipo il vecchio fornaio della Saiwa, lo ricordate? Ed invece del pane ci stipano i figli!!

C’è chi la usa come veicolo per il proprio lavoro come una nota società di trasporti che per le   piccole consegne in città, dal deposito scatena giovani bikers con mezzi superaccessoriati  muniti di attrezzatura per ogni evento atmosferico. O come chi su una rosa bicicletta consegna panini gourmand a domicilio: eco trasporto, eco il panino, tutto con materie prime tutte bio o a km 0, eco il packaging, eco la biker-imprenditrice!

O chi, su una bici di bambù, per una buona causa, ci attraversa l’Africa d in 75 giorni raggiunge Londra, tutto per raccogliere fondi destinati alla costruzione di una scuola in Zambia e assistere alla paraolimpiadi!

Ma l’idea che più mi ha entusiasmata è il nuovo servizio di bike sharing elettrico, un servizio di radiobici, un taxi a pedali con la doppia opzione della pedalata o della batteria in via sperimentale in città!

E per le passeggiate romantiche in campagna, per chi l’ha a portata di pedale o lungo i navigli, per noi irriducibili della città, un nuovo tandem, la “bicicletta degli abbracci”: Hugbike, che con il suo grande manubrio si guida da dietro abbracciando il passeggero che sta seduto davanti!

Pedalate gente,pedalate!

www.chiccycle.com

www.radiobici.it

www.tifamade.com

“La bicicletta di bambù” di Matteo Sametti, Ediciclo, 224 pagg. euro 16,50

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Amicizia è…un dritto, un rovescio, un accavallato semplice

Amicizia è…un dritto, un rovescio, un accavallato semplice

 

 

 

“Il cappottino dell’amicizia” è un albo al quale sono molto affezionata.

In primo luogo per il contenuto della narrazione: un bel messaggio sull’amicizia tra specie diverse, un bel lavoro per parlare di integrazione;

poi per i personaggi che qui non sono né un coniglio né un maiale né una mucca e…non ci sono lupi né cattivi né tonti bensì: una Pecora ed un’Upupa. Filo e Upu.

Ricordo di aver lavorato molto sulla parola “Upupa”, sulla sua pronuncia e ne sono scaturiti, fonemi molto buffi, avrei dovuto registrarli…alla fine il compromesso al quale si arrivava sempre dopo vari impicci era: la Pecora e l’Uccellino!

Comincia a far freddo, l’estate volge al termine e le giornate sono calde solo nelle ore centrali e per il resto umide e poco confortevoli, il prato freddo per buona parte del giorno.

Upu tra poco dovrà lasciare Filo; l’attende un lungo viaggio verso i caldi paesi del Sud dove trascorrerà l’inverno.

Filo quasi vive questa notizia come la fine della loro amicizia, non può sopportare l’idea di non vedere Upu per così tanto tempo: che ne sarà di loro, dei loro giochi, delle loro confidenze?

Upu deve partire perché non ha una folta pelliccia come Filo e certo non sopravvivrebbe all’inverno, a questo gli serve quel Paese caldo giù in quel Sud tanto lontano.

Ma tanta è la tristezza per questo annuncio che Filo cerca in tutti un modo tutto suo per far rimanere Upu ma senza per questo farle patire il freddo.

E cosa può una pecora contro l’inverno? La sua lana, semplice, gli umani se ne servono perché non può servire ad Upu!

Ed è così che Filo dalla sua pelliccia tira fuori un bel gomitolo di lana e lavorando alacremente comincia a sferruzzare un cappottino per Upu. Un cappottino dell’Amicizia. Quella con la A maiuscola.

Un dritto, un rovescio, un accavallato semplice, tre bottoncini in legno ricavati da un rametto e voilà…quel che succede appena Upu cerca di prendere il volo dopo aver indossato il cappottino di Filo sono prove esilaranti di volo…e non solo per Upu!

E poi perché noi di pomeriggi, di serate, di ore di autogestione a scuola, a lavorar a maglia chiacchierando mentre ci preparavamo reciproci cappelli, guanti, sciarpe e si anche cappotti, ne ricordo uno beige a un dritto un rovescio un dritto ed un rovescio ed al secondo ferro inverto un rovescio sul diritto ed un diritto sul rovescio…si! esatto il punto riso!

Eh, se ne abbiam passate di ore così…forse troppe?

Quelle domeniche dove il freddo, e magari acqua o neve, ti impedivano di stare all’esterno noi stavamo sui divani o sui letti dell’una o dell’altra casa a sferruzzare, occasione per confessioni, ricordi, racconti appassionati di amori o preoccupazioni che poi ad una certa età son la stessa cosa…L’occasione per fare una torta in attesa delle amiche dopo un pranzo in famiglia. E per un thè profumato comperato per l’occasione.

Quando gatti, cani e qualche sorella ed anche ogni tanto la mamma transitavano per il salotto, prenotato per le amiche, promessa tortura cinese a chi osasse disturbare la seduta, “tutto bene?”  “A che punto siete?” “Bel colore!” “Splendido punto!”  E tutte ad alzare il lavoro attente all’ausiliario già infilato per un giro di treccia, all’ultimo punto che se si allarga troppo lascia il buco, ad un “trentadue, trentatre…” sospeso a mezza voce; l’occhio implorante “presto! che se me lo dimentico devo ricominciar da capo…”.

La porta si richiude, le teste si richinano pochi secondi, un occhio al lavoro e le chiacchiere ricominciano.

I risultati a volte non erano dei migliori ad un occhio attento ma per noi sempre di grande soddisfazione, anche il pullover a tre maniche, perché ci fece ridere e ricordare per sempre l’argomento di discussione così appassionato da produrre tre maniche al posto di due e un davanti al posto di due!

E mentre le trecce si intrecciavano ed i punti si contavano i pezzi si assemblavano, la tela della nostra sempiterna amicizia si arricchiva di nuovi fili, di insperate trame.

E anche quando siamo partite per primavere o inverni della nostra vita quei pomeriggi, quelle sere, son rimaste e con loro i punti, la passione per un gomitolo morbido per colore e forma son rimasti.

Come le nostre chiacchiere, il copri-poltrona a trecce nel salotto di casa di Nike, i pullover a disegni naif…e noi ora sempre più spesso a un tavolo da pranzo.

E’ un vaso speciale quello che contiene parole come punti, punti come trame di vite intrecciate.

 

Il cappottino dell’amicizia

Di Ghazi Abdel-Qadir e Martina Madir

Ed.: Jaca Book

Euro: 12,50.-

Età di lettura: dai 4 anni.-

Pollock domenicale

Pollock domenicale

Jackson Pollock at work in Long Island, New York, 1950. Photograph: David Lefranc/Kipa/Corbis

La storia dell’arte è morta ed anch’io oggi non mi sento tanto bene.

Ricetta per un Pollock domenicale.

Ingredienti:

1 telo da imbianchino in pvc a pochi euro nei negozi di bricolage o nei negozi di vernici

1 foglio di compensato 50 x 70 x 0.5mm o della misura più consona alla vs abitazione sempre nei negozi di bricolage

1 o più spazzoloni dipende da quanti siete

Colori acrilici: bianco, sicuramente e poi i colori che preferite se siete esperti potete partire dai primari per ottenerli tutti

Bacinelle e catini per ogni colore che vorrete usare

Pennelli di differenti misure (senza arrivare alle pennellesse) anche a tampone

Bustine del tè (anche usate, anzi sarebbe meglio, purché fatte asciugare)

Palline, meglio se da tennis, o affini

1 computer o 1 catalogo dedicato a Jackson Pollock

Tempo e pazienza per l’asciugatura tra un divertimento e l’altro.

Abbigliamento comodo e non di primo utilizzo

Età di partecipazione: da 1 a 99 anni…

Stendere il telo di pvc a terra nel locale della vostra casa più consono ad ospitare un’artista e le sue creazioni, anche il terrazzo se la giornata lo consente, o se avete voglia un parco prima del pic nic sarà perfetto.

Adagiatevi sopra il foglio di compensato.

Preparare il Bianco in un catino abbastanza grande.

Intingetevi le scope o lo spazzolone e cominciate a stendere il colore Bianco in modo uniforme, secondo il vostro concetto di uniforme, sul foglio di compensato. Si, si usando la scopa o lo spazzolone come pennello…

Lasciare asciugare. E questo potrebbe comportare attendere anche qualche giorno per il secondo step!

Pazienza…

Quando il bianco del fondo sarà completamente asciutto potrete procedere preparando catini e contenitori con tanti quanti i colori che volete usare considerando che tra un passaggio e l’altro sarebbe meglio far asciugare il colore.

Pennelli: intingete il pennello nel colore diluito, il colore sarà perfetto quando la sua consistenza gli permetterà di colare via dal pennello stesso. Ma non troppo…

Con il pennello diluito potete: spruzzare di colore il foglio bianco di compensato e lo potete fare lanciando il pennello, colando il colore stando in piedi, formando macchie o strade di colore, usare il pennello picchiettandolo direttamente sul foglio di compensato.

Lasciare asciugare e poi procedere sbizzarrendovi con i successivi colori.

Oppure potete intingere nel secondo colore una pallina e poi, strizzandola un po’, farla rotolare sul foglio di compensato, precedentemente spruzzato, o lanciarla a distanza, farla rimbalzare per due tre volte.

O ancora usare le bustine del tè come tamponi o lanciandole intrise di colore dall’alto o tenendo il foglio di compensato in verticale.

Il risultato sarà strepitoso:

vi sentirete rilassati, avrete giocato ed instaurato un’ottima relazione di gioco con i vostri compagni d’arte, avrete espresso la vostra creatività in modo positivo e quando tutto sarà asciutto potrete ammirarne l’abbinamento cromatico.

Inoltre vi potrete pavoneggiare con gli amici quando stupiti vi chiederanno dove lo avete acquistato e chissà a quale prezzo da capogiro.

Dopo che vi siete lavati le mani e cambiati d’abito prendete computer o catalogo ed andate a leggervi chi era Jackson e che cosa faceva e perché dipingeva con quella tecnica e quello stile.

Leggetelo ai vostri figli se appena appena hanno l’età per seguirvi o raccontateglielo come se fosse una favola della buonanotte perché da oggi sta a voi insegnar loro la Storia dell’arte, la storia di tutti quegli uomini che invece di inventar bombe hanno usato colore e sentimento.

Nei miei vasi ho molte storie, tante tecniche, infiniti autori…alla prossima!

 

Per approfondire:

POLLOCK E GLI IRASCIBILI. LA SCUOLA DI NEW YORK

Palazzo Reale – Milano

24.09.2013 – 16.02.2014

mostrapollock.it

Primo della Prima

Peanuts1

 

 

 

“Ciao! Come stai?”

“Abbastanza grazie…”

“Come abbastanza? Ti trovo in ottima forma! Non hai una ruga!”

Ecco…più che forma nel mio caso direi “sforma” poi 10Kgs extra fanno più miracoli del botox dove le uniche sedute prenotate a tavola o nei pressi di un frigorifero mediamente ben rifornito per l’occasione…ma questa è un’altra storia.

In realtà sono stravolta.

Stravolta dentro.

Motivo? Abbiamo cominciato la prima elementare. La prima Primaria. La scuola insomma.

E io mi sento sin dal primo mattino esattamente come i bambini all’uscita nel pomeriggio: stanca per le troppe ore di immobilità, per l’impegno cerebrale e l’attenzione e con una gran voglia di correre, muoversi, saltare…ecco no, non io, loro, i bambini.

Eppure, mi dico, a 18 mesi l’ho lasciato al nido, abbiamo addirittura accorciato il periodo dell’inserimento perché eravamo tranquilli entrambi, sereni.

A tre anni e mezzo alla scuola dell’infanzia e ci ho sempre dormito anzi, la mia serenità si rifletteva in giornate intensamente produttive dove pensavo a mio figlio solo nei momenti di pausa. Serena.

Alla Primaria sono capitolata nonostante i sei anni e mezzo del soggetto. E il giorno dopo il primo fatidico dove sono stati immortalati 1 scatto al secondo da un’artiglieria di strumenti tecnologici…mi sono portata a casa il primo herpes al quale ne sono seguiti in rapida successione altri due accompagnati dai sintomi di un emotivo raffreddore.

Non ho ammesso, chiaramente, adducendo alla fioritura tardiva dell’ambrosia, il mio malessere.

Le altre mamme le ho osservate, 007 dell’emotività altrui da dietro i miei occhialoni neri un po’ fuori luogo di prima mattina ma, ça va sans dire…Ho origliato i loro discorsi nel tentativo di capire se tutto ciò capitava solo a me per un (momentaneo) squilibrio o se anche loro si sentivano spossate dal primo della prima.

Nessun cenno.

Nessuna dichiarazione.

Nessuna ammissione.

Ed essendo io la più attempata lungi da me cantare per prima.

La prima settimana passa in una delirante inattività, tra un caffè e l’altro, un approvvigionamento estemporaneo poco credibile al più vicino supermercato e la spasmodica ricerca dell’infinito materiale necessario a frequentare la prima, cercando di evitare mostri e mostrilli tipici dell’iconografia dell’attuale prodotto rivolto agli scolari, a districarsi nella selva dell’orrendo gigantesco zaino che da questo momento campeggerà sulle spalle dei bambini. Ma una bella tinta unita no??? Ma per le mamme delle bambine la situazione è più rosea: un intero catalogo di Pantone declinato nello stucchevole rosa!!

E tra i ricordi quotidiani della scuola dell’infanzia, degli spazi, dei laboratori, degli amici.

Ogni giorno uno diverso ci ha accompagnato a scuola. Ogni giorno un racconto pieno di emozione e affetto.

I giorni passano e nella scuola pubblica gestita come una piccola caserma piena di protocolli da seguire e muffe modalità, la vita prende presto un altro corso lasciando lo spazio della giornata a tante A E I O U e tante fotocopie di pessima qualità.

Ma allegri e ironici andiamo avanti.

Siamo a metà della terza settimana quasi in odor di fine settimana.

E’ ancora caldo e una bella corsa al parco con i compagni è quello che ci vuole per ritornare a far parte del proprio mondo.

Non chiedo mai subito a mio figlio della sua giornata.

Ci sono sempre tante cose prima: l’abbraccio al ritrovarsi, la richiesta immediata della merenda, a volte prima dell’abbraccio, spesso durante, la lamentela sulla merenda, sulla pochezza dell’avere una madre lungi dall’essere un’indovina, il parco o lo scrocco libero della qualsiasi sulla strada di casa.

Dopo tutto ciò, a un semaforo, rientrando azzardo il domandone: Com’è stata la tua giornata? Interessante? Ti sei divertito?

La modalità MUTE è la preferita dal soggetto e non mi formalizzo per la mancata risposta nel frattempo è verde, abbiamo attraversato, è passato più di un minuto e posso riformulare in altri termini la domanda.

Ora, generalmente, segue una risposta che suona più o meno così:

“mattina italiano, letterine e colorato. Noia”…Lo sforzo, si sa…

“pranzo non ho mangiato, solo pane e acqua per cui ho molta fame” tentativo di scrocco della seconda merenda;

“pomeriggio “scienze”. Bello”;

“niente compiti”;

STOP.

E stiamo già parlando d’altro. Amabile sintesi.

Ma contro ogni aspettativa, al semaforo successivo prende aria, si volta, e guardandomi felice come se mi stesse comunicando chissà che: “Oggi ho COPIATO! Ho copiato il compito di Eva. Senti mamma, l’ha finito prima, era bellissimo, con dei colori bellissimi, tutto giusto…l’ho copiato.”

Quarto herpes.

Gira la carta, lei non c’è più

Jayne Mansfield, 1957 protographed bu Allan Grant

Jayne Mansfield, 1957 protographed bu Allan Grant

Pausa.

Io dai miei vasi e loro da me. Coperchi per tutti.

Al mio tavolo, un caffè e una rivista per non pensare a nulla.

Un rito.

Le riviste femminili alle soglie dell’autunno sono ricche: cambia stagione, anticipi di stagione, le prossime sfilate, i look di quelle passate che dettano legge sui primi acquisti…un po’ di guerriglia sparsa…

E poi questa è fantastica: tre riviste al prezzo di una! La mia pausa si prospetta lunga, svagata e interessante.

Apro.

Dopo poche pagine qualcosa non funziona. Torno indietro, osservo con più attenzione ciò che l’occhio ha già visto e mi chiama a guardare.

Pausa finita. Del caffè ho bevuto il profumo. I vasi alle mie spalle borbottano.

Chi è la donna che trovo tra queste pagine, dove vive, cosa fa?

Perché dovrei immedesimarmi, aspirare ad essere come lei?

Maison francese, ambientazione asettica bianco “ice” e luminescenze al neon.

Potrebbe essere l’interno di una navicella spaziale, come quello di una clinica futurista al botox.

Donne manichino dalle pose innaturali, corpi inesistenti, cyber punk dalla carnagione priva di colore look total black ad eccezione del telaietto da ricamo rosa sul quale stanno ricamando. Lobotomizzate.

Dove vive questa donna, cosa fa? Se vive, se lavora, se ha dei sentimenti…

Proseguo.

Una Biancaneve, che definire moderna pare troppo, occhieggia dalla pagina, attende in piedi su una seduta in pietra in mezzo ad un parco lussureggiante.

Body in pizzo nero, improbabili collant neri 20 denari, decolleté non proprio fashion, posa più da ciociara mani sui fianchi che non da principessa smarrita nel bosco, capello lungo boccoloso – in posa pure lui – bocca carnosa rosso-amami-a-più-non-posso.

Immagine muffa stereotipi al massimo.

Più avanti, dopo aver fatto la piccola vedetta in body osé la ritroviamo sdraiata su scale in pietra nello stesso folto e lussureggiante parco…morta? Inciampata nel tacco o scivolata su una foglia? No, calmi, mica siamo sul set di CSI… la maison ha pagato fior di professionisti per partorire tutto ciò!

Una volta, avesse vissuto lei i fasti degli anni ’80, si sarebbe fatta ben pagare per assumere una posa così scomoda e innaturale, sullo scalino di pietra bocca rosso-amami-a-più-non-posso semi aperta, sguardo perso nel vuoto in reggiseno e slip verde smeraldo…giriamo sempre così no?

Caffè a metà ma non potrei dire di averlo gustato. Vado oltre, ho più di trecento pagine davanti a me e non sono neppure alla centesima…chissà che mi attende nella successiva!!

Stilista inglese.

La modella è bionda, pallida, anche la sua mano risulta essere molto chiara sul colore acceso della borsa che stringe a sé. Indossa un cappotto, i capelli sono pettinati all’indietro come se fossero bagnati.

E lo sono perché lo shooting è stato realizzato in una piscina dove lei è immersa, no, non sdraiata, è in piedi, ma siccome l’inquadratura è presa dall’alto lei sembra sdraiata, lo sguardo fisso.

Ovviamente ringraziamo la stylist per aver irreparabilmente massacrato un cappotto dal costo pari allo stipendio di un impiegato medio prima della “solidarietà” da crisi e aver vanificato il lavoro di una serie di persone che non sapendo che sarebbe finito a mollo hanno posto la medesima cura nel progettarlo e nel confezionarlo.

Ma soprattutto ringraziamo per l’immagine del femminile.

Altra immagine. Altra campagna stampa.

Cinque donne asiatiche in atteggiamento e tenuta da postribolo d’alto bordo, l’idea del dandy al femminile non passa. E qui la maison è italiana.

Donne dalle bocche corrette in foto shop che non basta un lipgloss per truccarle, pose innaturali, ambienti rarefatti dove sembra non circolare neppure l’aria.

Redazionali di immagini come di vecchie foto, interni ridondanti, corpi rigidi, sguardi rivolti all’infinito, visi senza espressioni, donne prive di emozioni.

Il caffè l’ho finito.

Più che una rivista ho sfogliato un catalogo di inanimati manichini.

Il messaggio è aberrante.

Forse è vero. Quando negli anni ’80 qualcuno delineò il mood della donna moderna, indipendente, viaggiatrice, femminile forse non aveva pensato che per quell’epoca sarebbe morta.

Imbambolata.

Alzheimer, il cervello si sfilaccia…

Ricevo e “faccio posto” nel Vaso di Pandora,

 

alzheimer 

 

 

 

 

 

 

Si può ricordare in molti modi.

Potrei ricordare la paura, la stanchezza, il senso d’infinito, lo smarrimento davanti a situazioni che mai avrei pensato di vivere. E sono sicura, nemmeno tu.

Potrei parlare dell’ansia, delle notti in piedi perché tu facevi confusione e ti saresti messo in viaggio.

E in molti, in un numero inimmaginabile, si riconoscerebbero nelle mie parole.

Di quando ti ho visto sparire in quell’ascensore d’acciaio, in quel luogo a te sconosciuto, senza di noi, accanto a te, ad accompagnarti.

Del tuo sguardo. Del tuo costante smarrimento.

Sono lame, ancora, nonostante gli anni.

A volte mi domando cosa succederà tra venti, trent’anni  – potendoli vivere! -, a questi ricordi; cosa riemergerà e con che forza, come agirà su di me a quel tempo.

Oggi voglio ricordarti come se non bastasse l’averti sempre con me nei miei taschini, ma lo voglio fare sorridendo perché una delle tue caratteristiche, smessi gli abiti del tuo serio lavoro e prima che la malattia ti portasse in un mondo accanto ma dove io non avevo accesso, era che eri un uomo e un papà spiritoso.

Durante quella torrida estate dove l’acqua sembrava non bastasse mai al giardino ma neppure a noi, vivevamo con te l’esperienza del “wondering” obbligato step del tuo e nostro delirio.

Camminavi ininterrottamente lungo tutto l’arco della giornata, avanti ed indietro, per il giardino, dentro e fuori casa, sparendo in una porta e riapparendo da un’altra. E noi con te.

I segni della stanchezza a metà giornata erano più che visibili sul tuo viso già provato da una innaturale magrezza.

Il tuo corpo a tua insaputa perdeva la cognizione del baricentro e la tua testa diventava il pendolo che ti attraeva al suolo.

Ti accompagnavamo al tavolo, a fatica perché il tuo corpo non si piegava, il tuo cervello quasi privo di impulsi consci, ti proponevamo di sederti ma solo tu sentivi la sedia bruciare sotto di te e come una molla ti rialzavi pronto al prossimo miglior giro.

A volte, stanche, ci sedevamo noi, concedendoci un caffè con giornale la mamma, e instancabile triccotteuse, i classici “quattro ferri” io.

Un giorno notai che se prendevo il mio tricot in mano tu ti sedevi di fronte a me, non accanto e neppure un po’ spostato.

Trascinavi la sedia e ti sedevi quasi a sfiorarmi le ginocchia.

La prima volta ti guardai sorridendo felice di questa novità poi mi accorsi che mentre mi osservavi muovevi la bocca e a volte anche le mani.

Lo interpretai come un tuo desiderio di fare quattro chiacchiere, ora che non potevi più, come spesso facevamo in questi momenti di relax con la mamma.

Pensai che forse all’improvviso tornando nel nostro mondo per un attimo ti ricordassi del complesso meccanismo della parola.

Fu osservandoti di soppiatto, mentre contavo i punti impegnata a tessere una treccia, che mi resi conto che invece mi prendevi in giro!…Imitavi le contratture del mio viso quando rimettevo in bocca il ferro ausiliario dopo aver intrecciato i punti, la piega della mia bocca che seguiva lo sforzo di passare dei punti stretti su un altro ferro, la mia bocca che, io non l’ho mai saputo prima, ripeteva “un dritto un rovescio un accavallato….” A memoria, sotto voce, una nenia per concentrarmi e non perdere il filo.

Le mie mani che muovevo sempre troppo veloci su quei ferri, tanto da contrarre spalle e braccia in un gesto un po’ nervoso correlato dall’espressione che solo tu avevi notato e che imitavi come in un gioco da bambino, come nel gioco dello specchio, in un momento di eterna giovinezza.

E facendolo mi sorridevi, un piccolo accenno ma che io sapevo essere un sorriso, con un gesto della mano facevi per accarezzarmi, ammiccavi a modo tuo e poi contento te ne andavi, per un altro giro, lasciandomi lì divertita e stupita.

Lo tengo custodito nei miei complessi vasi da tanto ma oggi, in questo mese in cui ricorre la giornata dedicata ai d’Alzheimer te lo dedico papà perché non c’è abbandono se c’è ricordo e perché se non fossi stato tu ci sarebbe stato da ridere…a volte.

 

 

 

 

Uomini SottoSopra

Gek Tessaro, single del giorno

Uomini sottosopra

“Quello su cui l’uomo è stato più a pensare

È come riuscire a farsi male;

di tutto quello che ha inventato,

dall’aeroplano al citrato,

è nell’invenzione del dolore

che ha messo più cervello e cuore.”

Ma l’idea più grande, io dico,

è stata quella di inventarsi un nemico;

il nemico dell’uomo è sempre lo stesso

puoi trovarlo dentro uno specchio riflesso.

Come scienziato l’uomo è un incapace

Non è riuscito ad inventarsi la pace.”

La prima e l’ultima pagina. La prima strofa e l’ultima.

Se fossero consecutive direi che la prima l’ho letta sopra e l’ultima l’ho letta sotto.

Sottosopra.

Come in un’esplosione che butta tutto e tutti a gambe all’aria.

Quando uscì, nel 2006, questo albo illustrato era “dedicato ai bambini della Falluja ed a tutti i bambini che, in ogni angolo del mondo, non riescono a crescere per colpa di noi adulti”.

Quanti ne abbiamo visti in questi giorni di bambini addormentati…

Comprai questo albo anni fa a Tommaso che schiera eserciti da mane a sera, anche nel suo piatto dove, generalmente, succede un pandemonio che vede perdenti le armate più spesso verdi.

Lo comprai perché Tommaso pensava che la guerra, come tutti i bimbi che amano giocare con i soldatini, fosse una cosa divertente.

Parallelamente comincia a raccontargli che cosa era una guerra con parole che lui potesse capire continuando a farlo giocare perché quella era tutta un’altra storia.

E poi perché richiamava un gioco che facevamo da sempre, quello dell’omino che stava nella sua faccia: nel suo viso c’erano due Tommaso, lui ed un omino che aveva il suo mento per capo ed il suo naso per mento.

Oggi mille domande: dove vanno i bambini quando c’è la guerra, chi li cura se si feriscono, come fanno a procurarsi cibo, dove vanno i loro genitori, e se c’è un bombardamento? E i giochi? E i libri?

E poi giorni fa quella più tenera: vero mamma che i bambini in guerra non li uccide nessuno?

Allora ho ripreso dalla sua libreria questo intramontabile saggio sulla stupidità dell’uomo dalla preistoria a oggi, purtroppo sempre più attuale. E ho pensato che fosse venuto il momento di parlarne.

21 personaggi in andata e 21 personaggi in ritorno perché questo albo all’ultima pagina si gira “sottosopra” e si ricomincia o se si vuole si legge un po’ a testa in su e un po’ a testa in giù.

Le 21 facce, come fossero le carte di un mazzo da gioco, son disegnate in modo che a diritto siano un uomo e sottosopra siano un altro.

Il gioco è divertente, la rima accattivante, il messaggio sconcertante che da la possibilità di riflettere ed affrontare interessanti discussioni con i bambini. Anche quelli più piccoli di 7 anni, età di lettura consigliata, com’era Tommaso a quei tempi.

Nessuno è escluso, ci sono “geni” di ogni parte del mondo a partire dall’uomo primitivo che scaglia pietre inventando “sassata” e “legnata”; un re buono e saggio che genialmente inventa il “soldato” colui che spedisce senza possibilità di diniego, a far la guerra per lui; l’inventore del martello che scordandosi di inventare anche i chiodi sulla testa del prossimo l’ha voluto provare; l’invenzione della cotta e dell’armatura per non sentir le botte; il frate buono che inventa la “polvere da sparo”; pistoleri del vecchio west e indiani d’America che per difendersi han solo le mani o le”forbici” per un particolare parrucco; al commerciante d’armi che vende al miglior offerente senza guardar in faccia alla gente perché del resto non gli importa niente. E così via passando per i Kamikaze, i tribunali militari e gli eserciti di pace.

E chissà caro Gek Matita, magari quest’inverno verrà voglia anche a te di raccontarla ai bambini in un teatro con musica, parole cantate e tu che disegni “sottosopra”…lo spero.

Un albo contro la guerra a favore dei bambini, in collaborazione di EMERGENCY.

Uomini SottoSopra

Illustrazioni e testo di Gek Tessaro

Ed.: Artebambini

Euro: 13,50.- di cui euro 0,50 devoluti ad Emergency

Età di lettura: dai 7 anni, per parlarne dai 4-5 anni

Tess libro

uominisottosopra

La collina delle farfalle di Barbara Kingsolver

E’ questione di latitudine.

Quando si nasce femmina in Tennessee è quasi scontato saltare a pié pari la propria adolescenza e ritrovarsi contemporaneamente donna moglie e mamma.

E’ nell’ordine delle cose passare direttamente a uno sgargiante rossetto color “Corallo Squillo” o, ancor meglio, a un color “Rosso-amami-a-più-non-posso” saltando tutte le neutre tonalità del rosa, uniche permesse alle ragazzine in crescita per sentirsi grandi.

Un matrimonio riparatore è un buon sistema per tracciare i confini di una vita dove i sogni ad occhi aperti sono “l’unica via di fuga da una routine che sa di pipì e purea di banane” e dove pungersi un dito e rimanere a guardare il sangue che sgorga da sotto la pelle l’unico modo per sentirsi e sapersi ancora vive.

E ogni speranza di poter accedere al college per darsi una possibilità in più è vana.

“Le ragazze carine finiscono sempre male, quel che prima matura, prima marcisce”.

E Dellarobia lo sa perfettamente, è il suo quotidiano.

Capelli rossi, “una via di mezzo tra il rosso del semaforo e un tramonto”, sposa diciassettenne, a ventisette anni la sua vita è scolpita in un quotidiano fatto di abiti comperati al negozio di seconda mano a pochi dollari che portano i segni delle mani e delle bocche dei suoi due figli, delle stecche di sigarette comperate a scapito di qualcos’altro, quasi di nascosto, del rimpianto del college e un istinto di sopravvivenza che le impedisce di credere che la sua vita sia tutta lì.

E’ questione di latitudine la possibilità di sopravvivenza delle Farfalle Monarca. Di un’intera specie di insetti.

Ogni inverno volano da un emisfero all’altro, unici insetti capaci di percorrere ampie distanze e a volare sull’oceano per raggiungere il Messico dove si ammucchiano, così vivono in enormi grappoli che penzolano dagli alberi.

Anno dopo anno, da sempre, vanno e tornano negli stessi luoghi per salvarsi la vita.

E’ questione di latitudine, e d’inquinamento, l’incontro tra due specie che lottano per la sopravvivenza: da una parte le farfalle monarca con la loro condotta di volo aberrante e dall’altra una donna disposta ormai a tutto, anche a mettere a repentaglio la propria rispettabilità e quella della sua famiglia, pur di rompere un’alienante routine.

Sarà uno spettacolo mozzafiato – quasi una visione, un fuoco di ali arancioni che incendiano la foresta all’improvviso -, e un uomo a mediare il loro incontro: il Professor Ovid Byron, ricercatore appassionato di Monarca, portato in Tennessee proprio dall’arrivo delle farfalle.

Partendo da un evento realmente accaduto nel 2010 in Messico dove un nubifragio senza precedenti provocò frane e allagamenti catastrofici nella città di Angangueo conosciuta per le spettacolari colonie di farfalle Monarca che l’avevano scelta per svernare grazie a un clima particolarmente favorevole, Barbara Kingsolver nel suo ultimo romanzo “La Collina delle Farfalle”, appena uscito in libreria,  racconta come e quanto le conseguenze biotiche dei cambiamenti climatici, causati dall’inquinamento, stiano alterando le abitudini di intere specie di animali e insetti, modificando interi paesaggi e siti, con conseguenze disastrose anche per l’uomo, facendo un focus particolare sul comportamento aberrante delle farfalle monarca.

Intrecciando realtà, le farfalle monarca ed il loro comportamento appunto, e finzione dove ancora una volta la descrizione della dinamiche della vita nelle aree più economicamente depresse d’America, cara all’autrice, trova un posto di favore.

Un romanzo di lotta quotidiana per la sopravvivenza, di accusa verso un determinato tipo di giornalismo e verso la mancanza di rispetto per il pianeta; ma anche di grande speranza motivata dalla ricerca, dalla scienza considerata come un viaggio senza fine. La scienza che deve trovare parole adeguate per essere spiegata ai bambini che naturalmente hanno, già alla nascita, un piede nel futuro, portata a scuola fin dalla più tenera infanzia, con l’educazione ad abitudini quotidiane più consone al pianeta, piccoli gesti di grande utilità. I bambini come fondamentali e futuri custodi del pianeta.

La scuola, lo studio personale, l’educazione come veicoli di rivalutazione di se stessi ed elemento dinamico della propria vita.

Un romanzo tutto al femminile sulla bellezza e il valore della vita.

La Collina delle Farfalle

Di Barbara Kingsolver

Ed.: NeriPozza

Collana: I Narratori delle tavole

Euro: 18,00.-

La collina delle farfalle di Barbara Kingsolver

Il Cacciatore e la Balena di Paloma Sanchez Ibarzabal

Vaso di Pandora

for KIDS

 

Una balena viaggia sola in mare aperto e profondo.

Un cacciatore solitario e la sua barca la inseguono a distanza.

Occorreranno cinque albe e quattro sere per raggiungersi in un viaggio tra sogno e realtà.

Una danza di avvicinamento fatta di inseguimenti lenti, inabissamenti profondi, riflessioni e strategie continue di giorno, tra albe grigie e nebbiose, giornate ventose di un vento gelido che là, in mezzo all’infinito, non trova ostacoli alla sua scorribanda, increspando il mare, agitando la barca ormai ricoperta da una crosta argento di sale e aria cristallizzata.

Albe piovose, monocrome di rosa o di giallo ottobrino.

Di lunghe sere in compagnia delle stelle a cui affidare le proprie riflessioni llà, in mezzo al niente ancorato alla luna sonnacchiosa appoggiata di lato, luminosa, un po’ infreddolita essa stessa.

Prima su un fianco poi sull’altro e, dopo giorni, finalmente supina nell’immenso cielo.

Notti di stelle in continuo fermento da non riuscire a contarle, dispettose si tuffano in mare, sorridono, in uno strano girotondo disegnano la sagoma di una balena, il sogno del cacciatore! E poi fischiettano luminose e scintillanti.

Il cacciatore ama le stelle. Quelle stelle che tutti vedono, che parlano con tutti e conoscono segreti di posti lontani.

“Gli astri più minuscoli messi insieme sono più grandi della balena. Se ora lo volesse, mi affonderebbe con un semplice colpo di coda”, pensa il cacciatore seduto a poppa della sua barca giocattolo ancorata alla luna.

Ma il cacciatore è forte, si sente forte di un’arma che non abbandona mai, più potente della balena, che rende più grande e importante anche la sua barca.

E sera dopo sera il suo colloquio con l’infinito si farà più intenso, le stelle veglieranno sulle sue notti fredde e solitarie, sui suoi sogni a volte di grandezza a volte tristi.

Una grande onda culla la sua barca.

“La balena vagabonda tra i fondali” pensa il cacciatore.

E alla quinta alba la balena emerge, vicina, a conoscere il cacciatore che emerge anche lui da un sonno profondo, disattento.

E per la prima volta il cacciatore la vede da vicino, non più silenziosa presenza negli abissi, ombra solitaria.

Il suo corpo argenteo racconta la sua lunga vita: le lotte con gli arpioni di altri cacciatori, gli scogli, i graffi dei coralli…cicatrici assortite.

Il cacciatore osserva stupito e meravigliato. Allunga la mano per toccare quel corpo infinito che parla, come il suo cielo, di mondi lontani di cose mai viste.

E quando il suo sguardo non incontra l’occhio della balena l’arpione resterà sollevato, inerme, in attesa di un gesto che non verrà perché il cacciatore filosofo in quell’occhio così piccolo per quel corpo così grande, vedrà uno sguardo umano e resterà interdetto a guardarla mentre la sua mole impegna un tempo infinito per passare.

E’ mattino presto. Il sole ha percorso un quarto della sua strada. Docile il mare, il dondolio della barca, quieto ancora il caldo quando un cucciolo di balena salta la nostra prua come a volerci invitare ad andare a giocare con lui.

Ci agitiamo felici della nostra buona sorte, il marinaio che è con noi ci intima in messicano di stare fermi e zitti…sotto di noi c’è la mamma…

Mai mi ha lasciato quell’emozione, quel brivido: “Se ora volesse ci affonderebbe con un semplice colpo di coda”.

Ma docile della sua maternità assiste dagli abissi alle prodezze del suo cucciolo, con la sua mole impiega un tempo infinito per passare…e se ne va.

Baja California, Gennaio 1995

Il Cacciatore e la Balena

Di Paloma Sanchez Ibarzabal

Illustrato da Iban Barrenetxea

Ed.: Logos Edizioni

Euro: 16,95.-

Età di lettura: da 8 anni.-

Il Cacciatore e la Balena di Paloma Sanchez Ibarzabal