Serra, slavery of freedom

Santiago Serra, 1966, Single of the Day

 

 

MEA CULPA, PAC, Contemporary Art Pavillon, Milan, until June 4th.
How to be a rebel to feel free, ever.

 

 

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Natale con i tuoi, alla pasqua ci pensiamo poi…

Natale con i tuoi, alla pasqua ci pensiamo poi...

Primo dilemma: lo faccio o non lo faccio? Mi riferisco all’albero (il presepe è stato abolito anni fa quando il rischio di diventare un’ossessionata collezionista si è mostrato pericolosamente verosimile…). Non farlo significherebbe non dare al Natale la sua parvenza di tradizione che lo rende la festa dell’anno più sentita (amata e odiata allo stesso modo). Ma farlo implica una serie di doveri, ricerche, lavori, che mettono in risalto più che mai la “singletudine”. Perché se s’ha da fa’, s’ha da farlo vero. Il che implica: richiesta ad amico/a per caricarlo sulla sua macchina e portarlo da me. Alternativa: pagare il giardiniere per consegna a domicilio ma, a parte il costo spropositato, tocca sorbirsi l’occhiata “non c’ha uno straccio d’uomo che glielo porta a casa?”, seguito da sorrisino misto tra commiserazione e un quasi quasi ci provo, che ammazza qualsiasi atmosfera natalizia. A seguire: acquisto di addobbi nuovi (con inevitabile incontro/scontro con mamme e pargoli e famiglie in negozio, mentre scelgono insieme ciò che io scelgo per conto mio), addobbo dell’albero con musica ad hoc di sottofondo per gustare a pieno l’atmosfera natalizia (e a questa parte, ammetto, mi sarebbe difficile rinunciare); cena da organizzare o addirittura festa per mostrare il capolavoro fatto, con conseguente tragedia per gli inviti (vedi altro pezzetto scritto qualche settimana or); infine minaccia del “facciamo-Natale-da-te-visto-lo splendido-albero-che fa-tanto-festa-che-hai-fatto-quest’anno-così-lo-sfruttiamo” che può arrivare da qualsiasi famigliare che raggiunga fino al quinto grado di legame parentale. E questo mi riporta all’ultimo, più temuto, punto/dilemma che nascondo dietro l’albero: passare Natale in famiglia, sì o no? E la voragine si apre su un vuoto di cui non vedo il fondo; i pro e i contro si combattono instancabili riuscendo a prevalere gli uni sugli altri senza abbandonarsi a un sano momento di riposo e lasciandomi divelta tra sensi di colpa e improvvise voglie rivoluzionarie, risvegliandomi solo il 24 dicembre con la classica telefonata del parente d’oltre oceano (alzi la mano il fortunato che non ne ha uno) che ogni anno ripete i soliti auguri: “Ti chiamo ora perché chissà domani dove scappi…”. Intanto mi ritrovo oggi a correre trafelata per la città perché tra albero e arrovellamento interiore per decidermi sul da farsi, mi sono completamente dimenticata dei regali di “dovere”, quelli da fare se resto qua…E, diciamolo, essendo oggi il 24 dove credo di poter fuggire? Babbo Natale con il suo sacco mi sta alle calcagna, pronto ad accalappiarmi.

VISTO DA LUI: Albero? Lo fa mia madre, insieme al presepe. Pranzo in famiglia, così vedo l’albero, e poi parto per la solita vacanza sulla neve.

Messaggio in bottiglia (di vino)

Messaggio in bottiglia (di vino)

Invito a cena. Senza delitto e neanche la prospettiva di una soirée romantica con bell’uomo in un tete à tete: una semplice cena a casa di amici. Ma il dilemma si presenta comunque: prima, quando si era in due, si portava il mazzo di fiori e la bottiglia di vino (alternativa, su richiesta della padrona di casa, il dolce), ma da sola? Ammettiamolo, la bottiglia quando si è soli fa tanto “era quello che avevo in casa”. Potrei portare un Pinot Noir di Borgogna (per i profani, IL vino per eccellenza). Ma se poi qualche intenditore riconoscesse il prestigio dell’etichetta si aprirebbe un dibattito, senza parole, ma fatto di sguardi, sul perché mi senta in dovere di ostentare sicurezza e autonomia persino con una semplice bottiglia di vino per una cena…Un tantino esagerata? Non sono veri amici? Faccio di ogni erba un fascio? Tutto possibile, ma il dilemma rimane. Dopo venti minuti ad analizzare bottiglie senza riuscire a prendere una sobria e sana decisione, opto per acquistare quattro bottiglie, tutte utili a me, due rossi e due bianchi, per ogni evenienza. Ma il pensiero da portare alla padrona di casa per cena frulla ancora nella mia testa lasciandomi a mani vuote. A questo punto traggo spunto dalle amiche o da quelle single che invitavo io quando ero in coppia: Soluzione A): un mazzo di fiori spedito dal fioraio il giorno della cena: la mia amica lo faceva prima, da sposata, e dopo, da single. Molto elegante, signorile, ma siccome io prima non lo facevo così sottolinerei il “dopo” non so se mi spiego. Soluzione B): portare vino e fiori come facevo prima. Ma mi sembra una forzatura, tipo: “Ehi, guardate qua, nulla è cambiato”, quanto tutti sanno che io so che è cambiato. Soluzione C): non portare niente. Da non prendere neppure in considerazione né per single, né per coppie. Soluzione D): mia sorella porta un libro, sempre. Ora, l’idea è apprezzabile e con quel pizzico di intellettualità che ci sta proprio bene però…fatto da lei (in coppia) ha un valore, fatto da me (s-coppiata) sembra voler dire che adesso do lezioni a tutti quanti. Soluzione E): se la stagione lo consente porto quei cioccolatini tutti diversi (più belli che buoni a dir la verità) che fanno chic senza essere scioc (nel senso di sciocchi, ma anche di scioccanti per la linea visto che sono minuscoli…). Se la stagione non lo consente, frutta: ovviamente esotica e assolutamente fresca in un cesto che sembra, ma non è, di fiori. Ok, deciso, opto per la soluzione E, un po’ perché la sento mia e un po’ perché…Cribbio se scrivo ancora un po’ trovo il negozio chiuso!

VISTO DA LUI: invitato a cena? Mah, ho un paio di bottiglie in casa. Ne scelgo una da portare.

Vedi l’ex e poi muori

Vedi l'ex e poi muori

A chi non è mai successo di incappare in un ex? Solo a quelle che si sono trasferite dall’altra parte del globo. A tutte le altre, succede. E sempre quando non dovrebbe succedere. O ti stai per separare, o hai appena litigato selvaggiamente, o stai pensando seriamente di cambiare la tua vita dove il tuo attuale lui non è contemplato, Quando incontri il tuo ex, intanto, è al braccio con una che sembra abbia occhi solo per lui, oppure ti dice che si sta per sposare, o dichiara che sta finalmente per diventare papà (se sei proprio sfortunata lo incontri col pargolo appena nato e la donna che non ha occhi che per il papà). Ha comunque sempre qualcosa da dire, di cui andare fiero. A questo punto, un sorriso di sicura ammirazione s’impone. Anche per contrastare il suo che sembra dire: “visto cosa ti sei persa?”. Dopo un paio di frasi di circostanza (in cui mostri tutto il tuo successo e anche quello della tua collega se non ne hai abbastanza di tuo) ti ricordi come un fulmine a ciel sereno dell’appuntamento fondamentale e per il quale sei in straritardo (l’ex non deve essere informato del fatto che stavi andando dal fruttivendolo)…E schizzi via. Oltre al ricordo rimangono due consolazioni: la prima è che se anche avessi avuto dei sensi di colpa nei confronti dell’ex ora non li hai più (lui è strafelice così). La seconda, più importante, è che secondo la legge delle probabilità essendo anche lui un ex,  ha il 50 per cento di possibilità di imbattersi in te (in fondo anche tu sei una ex): e allora preparati a rendere pan per focaccia!

VISTO DA LUI: incontrata la mia ex, trovata bene, forse un filo invecchiata, in un primo momento mi è sembrato facesse finta di non avermi visto, ma forse mi sbaglio…

Una camicia coi fiocchi

Una camicia coi fiocchi

Ho comperato una camicia nuova. Non che ne avessi bisogno, ma volevo festeggiarmi, e farmi un regalo mi è sembrata la cosa più semplice. Sono molto grata a me stessa quando mi regalo qualcosa ed è bello vedere tutto questo entusiasmo in chi riceve un omaggio, ed è anche bello sentirsi generosi. Dunque…Ma il punto è: la camicia. E’ nera, molto alla moda, non tradizionale, ma neppure troppo eccentrica, ha quel non so che di esotico e quel pizzico di pret à porter che ti fa dire “la metto con tutto”. L’ho vista, l’ho comprata e oggi l’ho inaugurata. Non ha bottoni (non è così banale), ma un nastro intrecciato sul davanti che si chiude con un fiocco e decidi tu quanto lasciare intravedere di pelle…E poi i polsini, larghi, senza bottoni ovviamente, ma con un nastro che stringi quanto vuoi con un fiocco. E qui casca l’asino: chi è mai riuscito, mi chiedo, a farsi un fiocco su un polsino con una mano sola?

Morale: ora c’è pure la categoria camicie per single e per chi vive in coppia.  Quindi la posso indossare solo quando ho ospiti in casa, oppure vado “slacciata” fino in ufficio, che fa molto shabby chic, se vogliamo essere ottimisti.

Ho comperato una splendida camicia coi fiocchi: che anche la moda faccia distinzioni non lo avevo preso in considerazione. E sinceramente non me la sento di rinunciare alla camicia per colpa di una fettuccia di stoffa. Oggi vado al bar e chiedo al cameriere se mi stringe i polsi. Magari è un nuovo sistema per “stringere” amicizia?

VISTO DA LUI: la moda? Non seguo…da anni faccio fare le stesse cose dal sarto.

Perché siamo Uomini o caporali

coppia_letto_web--400x300Tempo fa girava sulla rete una storiella della storia d’amore tra una lei e un lui: DUE pagine fitte dove lei passava in rassegna, prima di addormentarsi, tutte le fasi della relazione con lui per trovare spiegazioni al fatto che quella sera il sesso era stato un po’ sciapo, frettoloso, senza la solita passione. DUE pagine in cui partiva dalla cena con pizza, passando per la suocera, i parenti, gli amici tutti, il lavoro, la bicicletta parcheggiata male in giardino, le piante che non crescevano, il capo che non si era rifatto la barba, l’età che avanza, le discussioni sul figlio, e chissà diavolo ancora, senza però darsi una risposta alla domanda iniziale: come mai quella sera il suo lui era stato così indifferente? DUE pagine.

A lui invece, erano dedicate le ultime due righe e diceva, più o meno: “ la pizza era fredda, la birra calda e il Milan ha perso. Meno male che c’è lei”. Ovviamente lui si addormentava come un sasso, e lei si arrovellava senza chiudere occhio.

Se riuscite a ritrovare quella storiella vi sarei eternamente grata se me la mandaste.

In alternativa, anche Totò dice la sua in modo magistrale. Ci sono due categorie di persone: uomini o caporali. La differenza è enorme, e la possiamo fare noi, ognuno di noi, la differenza. Io, nel mio piccolo, propongo solo il tema: a voi farvi la domanda se siete uomini o caporali.

Aspetto le risposte…

Invito da me

Invito da me

Sembra facile. Ma è solo apparenza. La premessa è che non ho voglia di condividere una serata a casa mia con qualche amico, ma senza le solite amiche care. Cucino io. Preparo io. Faccio tutto io. La difficoltà vera è però chi invitare: le due coppie di amici fa tanto (ammettiamolo) amica sfortunata (il termine da usare, troppo volgare, renderebbe meglio l’idea). Così potrei dirlo al mio carissimo amico single, il quale si trasformerebbe immediatamente in nemico, essendo ogni sua cena l’unico potenziale momento per trovare chi lo possa promuovere alla categoria“uomo accoppiato”: dice che questo nuovo status gli si addice, anche solo per una notte… Così potrei dirlo anche a un’amica che ancora non conosce il mio amico carissimo. In questo caso, volente o nolente, mi trasformerei in sensale con, a seguire:

1) telefonata di tutti i commensali il giorno dopo per commenti, pettegolezzi, curiosità;

2) insulti da parte dell’amica (o dell’amico, a seconda di chi è rimasto più deluso dall’incontro);

3) richiesta di informazione da parte dell’amica (o dell’amico) invaghitosi dell’altro/a con miei impossibili tentativi di arrampicamento su specchi particolarmente scivolosi causa punto 2.

Così potrei invitare l’amica che è accidentalmente senza compagno, partner, fidanzato, amante, socio, metà della mela… -AIUTO come lo chiamano ora? – In questo caso è certo che la serata diventa un continuo “noi” anche se è da sola in modo da far risaltare crudelmente il mio “io” e farmi tacere quando siamo appena al primo piatto. Inutile pensare a un ex (sarebbe uno stillicidio di domande trabocchetto per capire se c’è la minima possibilità che si torni insieme), una sorella (“fa le cene con la famiglia perché non ha nessuno, poveretta”) un’amica che non vedo da tanto tempo (“sarà mica diventata omosessuale e non sa come dircelo…?”). Impossibile un nuovo amico (“sarà mica quello nuovo…?”) e figurarsi ad invitare qualcuno su cui ho davvero delle mire, vade retro! Così vado al mercato e organizzo una cena per tre: io, me e me stessa. E ci aggiungo pure una bottiglia di ottimo vino, così mi posso dire da sola: starò mica diventando un’ubriacona…?

 

VISTO DA LUI: avevo voglia di una cena con un po’ di gente. Chiamato Giorgio e organizza lui qualcosa nel ristorante vicino al suo ufficio, che è ottimo.

 

Meglio sola…o ben accompagnata?

Meglio sola…o ben accompagnata?

Greta Garbo in “Anna Karenina” di Clarence Brown (1935)

La mia amica Tiziana barra Titti (ogni riferimento a cose o persone reali è puramente voluto) ogni volta che prende un mezzo di locomozione pubblico fa amicizia. Che sia treno, aereo, autobus, navette, aliscafo, lei guarda, sorride, e fa amicizia.

Sia chiaro,  Titti non attacca bottone mai, semplicemente si rende disponibile all’ascolto del prossimo che le si presenta davanti. E fa sempre amicizia.

Così ha collezionato 3 fidanzati, 4 amiche, due inviti all’estero, decine di simpatie. Tutto ciò, oltre ad avere il mio plauso, ha anche la mia smoderata invidia: è bello scendere da un treno e arrivare in un aeroporto sconosciuto e anonimo con qualcuno che ti accompagna alla fermata dei taxi, o persino ti dà un passaggio in Hotel. Quel luogo sconosciuto diventa automaticamente diverso.

L’invidia sta perché io non ho mai, mai conosciuto nessuno. O meglio, per la verità due volte sì: in aereo e in autobus, e tutte e due le volte erano due signore tra i 70 e gli 80 che ho accompagnato io…

Titti invece ha sempre accanto uomini: della sua età o all’incirca, affascinanti o nei dintorni e con i quali il viaggio neppure si sente. La mia invidia non è celabile. Titti sostiene che non aiuta il fatto che ho sempre tre libri diversi da leggere, due riviste, un quotidiano e le cuffiette personali che metto prima di entrare in aeroporto e spengo arrivata a destinazione, cioè casa.

Io dico che non aiuta che accanto a me il passeggero o ha 8 mesi con accompagnatrice o 80 anni senza accompagnatrice, oppure c’è una signora che ha una vaga somiglianza con mia madre. Non se ne esce: rimane l’invidia che mi siede accanto.

LUI: In viaggio? O guido io, oppure un bicchiere di vino e dormo. Arrivo a destinazione in un battibaleno.

Single da spiaggia

Single da spiaggia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OK, lo ammetto, sono una single d’alto bordo: che vuol dire che ho scelto di essere single e che me lo posso permettere. Perché diciamocelo – e chi può provare il contrario scagli la prima pietra – ci sono dei grandi vantaggi a stare in due: bollette alla posta, spesa del vino dell’ultimo minuto, “svegliati prima tu che io rimango a letto altri 5 minuti” (da soli è un po’ scemo dirselo, no?), porta fuori tu il cane che io non posso, rispondere al vicino rompiscatole, e via immaginando…Per cui ha i suoi costi essere single. Quindi, se capita l’occasione di diventare coppia, almeno un pensiero io ce lo faccio. E le occasioni con la spiaggia si moltiplicano. Corpi nudi, più o meno bianchi o mollicci, più o meno palestrati o tatuati, più o meno troppo maschili o troppo femminili. Si vede tanto e, forse, troppo. E si guarda. Io no, ma non perché sia d’alto bordo, ma perché senza gli occhiali non vedo abbastanza e perché mare per me fa rima con nuotare e dormire sulla sabbia. Punto. E non scherzo. Se non che, può capitare – ancora?? – che qualcuno veda me. E in effetti mentre sto riposando, con accento straniero e modi gentili mi chiede: “Qui c’è un bar?”

Altrettanto gentile – ma breve – gli rispondo che c’è, ma apre tra una mezz’ora e che è laggiù. Sollecitata dal gentil straniero gli rispondo di nuovo che un altro è a un paio di centinaia di metri più in là.

“Ah – commenta lui un po’ triste – è un po’ lontano. Allora aspetto questo qui e magari posso offrire un caffè…? Beviamo insieme un caffè?”

Il povero domanda speranzoso, ma la galanteria non nasconde che ci sta provando.

“No, no, grazie, non mi muovo”.

Più chiara di così.

Allora lui si allontana, da vero gentleman, e si sdraia alla giusta distanza per contemplarmi senza infastidirmi.

Io non do più segni di vita.

Dopo una buona mezz’ora raccatta tutto il suo bagaglio per ricominciare a vendere gli asciugamani sulla spiaggia. Ora, io non sono classista, però non posso non sottolineare che chi mi offre il caffè è il venditore ambulante, e non quello che vende pashmine o coralli, ma gli asciugamani.

C’è chi si chiederà, lo so, se era carino, almeno quello. Beh, no, neppure quello.

L’ho detto io che sono single d’alto bordo.