La Parigi segreta di Corrado Augias

Corrado Augias, single del giorno

La Parigi segreta di Corrado Augias

 

 

 

 

 

Di una città, soprattutto se straniera, quando vi si giunge per la prima volta, in genere si notano gli aspetti più appariscenti: l’architettura, le opere d’arte, le decorazioni. Si visita il museo, il palazzo del re, si ammirano le statue che ornano atri  o scaloni, ci si sofferma sugli elementi ornamentali che ogni città possiede: fontane, portali, archi.  A volte si resta colpiti perfino dai minuti particolari dell’arredo urbano: lampioni stradali, colonnine spartitraffico, vetrine di negozi. Da questo nostro osservare, dalla somma di sensazioni che ne deriva, nascono il giudizio e la memoria.

Facciamo il caso di Parigi. Il turista va al Louvre, contempla il pont Royal sulla Senna, ammira la prospettiva in leggera salita degli Champs-Elysées visti da place de la Concorde.  Ignora che cos’è stata place de la Concorde uno o due secoli fa, non conosce il perché del suo nome. I luoghi. Le opere d’arte, gli oggetti, “logorati” dalla loro stessa celebrità, si appiattiscono e diventano una sorta di illustrazione  a due dimensioni, di “figurina”. Il Colosseo, Buckingham Palace, la Tour Eifell, il ponte di Brooklyn, la moschea Al Aqsa: tutte figurine.

Vedere non basta, vedere non è capire, anzi vedere può essere quasi niente se l’atto fisico del guardare non s’accompagna alla consapevolezza della possibile dimensione latente degli oggetti. E’ come se i palazzi, le decorazioni di una città, le strade e le piazze, le fontane e le chiese vivessero, agli occhi di chi li osserva, una  doppia vita: una “sincronica” legata alla loro realtà attuale e perciò immediatamente comprensibile, e una “diacronica”, legata alla somma degli avvenimenti che in quella piazza o chiesa o cortile sono accaduti.

I segreti di Parigi di Corrado Augias (Mondadori, 1998)

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Buon compleanno Signor Ferré

Ricevo da Marina e volentieri faccio “posto”.

Buon compleanno Signor Ferré

 

Il giorno in cui il mondo la salutò per l’ultima volta io non c’ero.

Impegni da neo mamma mi dissuasero da quell’emozione che vissi tutta nel privato dei ricordi, dentro di me.

Erano già tanti anni che non ci vedevamo.

Non ci siamo più visti.

Avevo avuto tempo per riflettere ed ora, da adulta, una chiacchierata con Lei l’avrei fatta con molto piacere e so che sarebbe stata importante e che l’avrei portata con me per molto tempo.

Così non è stato, il destino ha deciso in modo diverso, per Lei definitivo.

Ma i cerchi, mi dicono, debbano essere chiusi se non quadrati e la mia è un’età di bilanci.

Allora oggi, nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno le voglio dedicare un pensiero, come ogni anno, ma in modo diverso.

Sono gli anni ottanta, quasi alla fine, ed una torrida Roma ci ospita per il secondo evento dell’anno.

La collezione in ritardo, tanti abiti da gran sera da ultimare, lavorazioni lente ed estremamente minute anche nelle mani esperte dell’ultima generazione di donne in grado di eseguirle.

Ogni punto dato a mano. Ogni punto contato e tenuto a mente.

Stanchi , Lei e noi, ma contenti, ad un’ora improponibile della notte eccola arrivare, l’ultimo abito che ha bisogno della sua approvazione: la sartoria lavorerà tutta notte per terminarlo.

Tratteniamo Nicoletta, con noi da tutto il giorno, capelli lunghi rossi, carnagione chiara, efelidi.

Ci sediamo su un divanetto di velluto rosso come la passatoia che ricopre il corridoio del piano del Gran Hotel che per due volte durante l’anno si trasforma nel nostro studio, la dependance della sala prova di Via Spiga…a tanto risalgono i miei ricordi.

Lei cammina avanti indietro per il corridoio, soddisfatto della giornata.

Tutti ci domandiamo come sarà quest’abito dal quale dipende l’esito della giornata e la nostra notte.

Non ricordo quante “frappe” di tulle plissettato ci vollero per farlo né i metri di pizzo da un centimetro cucito a mano sul bordo delle “frappe” né i punti dati per cucirlo ma la sarta, ricordo, li contò.

Nel riquadro della porta ad un tratto apparve Nicoletta. Mosse qualche passo poi Lei si voltò verso di noi, improvvisamente ammutolite, e rigirandosi veloce, ancora a guardare l’abito, ci disse: “Cosa fate pece (nomignolo riservato alle sue ragazze n.d.r.) vi emozionate?”

Ma anche Lei quella volta aveva le lacrime agli occhi.

E sulle note de la Mattinata di Leoncavallo assistemmo silenziose ed emozionate ad una delle più belle sfilate dell’Alta Moda romana, nessuno di noi poteva sapere che l’inverno successivo Parigi ci attendeva.

Buon compleanno Signor Ferré.
                                                                                                                                                                                                                 Marina Petruzio